Non dovremmo sorprenderci se, per l’elezione presidenziale del massimo organo istituzionale sportivo, le regole non vengono osservate, ma certe candidature sicuramente confermano quale sia il nostro Sistema Paese
In un Paese in cui le poltrone che contano – non solo in politica, ma anche nell’alta finanza, nei posti di comando degli enti pubblici finanche quelli locali, nelle associazioni di categoria e, inevitabilmente, pure nel mondo dello sport – sono un privilegio per i soliti noti, in buona fede possiamo anche meravigliarci di certe candidature elettorali, ma questo è lo specchio del nostro sistema che, a qualsiasi livello, frena l’evoluzione e impedisce il rinnovamento.
I media danno quasi quotidianamente risalto alla contesa per l’estensione da due a tre mandati dei governatori delle regioni. La legge dice che i mandati sono due, ma sembra che le norme in tal senso possano vivere di deroghe puntuali on demand. Lo stesso accade, con minor spazio ed enfasi mediatica, per le federazioni sportive o le associazioni di categoria del comparto sportivo dagli statuti a flessibilità variabile: la presidenza, in molti casi, è “per sempre” o quasi.

Di che stupirsi oggi se nel CONI, per la presidenza (elezioni del consiglio nazionale del CONI saranno il prossimo 26 giugno), dopo il lungo botta e risposta sull’allungamento del mandato di Malagò, rassegnatosi alla fine alla conclusione della sua esperienza presidenziale, fioccano candidature, fra le quali compare quella di un grande veterano con pochi eguali come posizioni di vertice collezionate?
Ci riferiamo al nome che sta facendo rumore negli ambienti sportivi, non solo per il palmares di poltrone, ma anche per l’età: l’ottantacinquenne, ancora brillantissimo, Franco Carraro, già presidente del CONI in passato per due volte (prima del 2005 quanto entrò in vigore la norma sul limite di mandati); ma, fra il record di incarichi che ha ottenuto in carriera, è anche stato per tre volte Ministro della Repubblica, due volte sindaco di Roma, tre volte presidente della FGCI, del Milan, della federazione Sci Nautico (FISN) e molto più. E’ stato anche un eccellente atleta nello sci nautico, avendo vinto negli anni ’50 ben tre titoli europei: e questo è indiscutibilmente un merito.

Prima che uscisse il suo nome, i corridoi del potere sportivo capitolino già sussurravano l’ipotesi di un ritorno in campo di Carraro, con la possibile alternativa di un altro personaggio noto per cariche ricoperte in passato, ovvero Mario Pescante, non certo un dirigente di primo pelo. Nei salotti che contano, la scelta di un uomo forte del passato viene vista come ideale per una fase transitoria, al fine di preparare una candidatura futura trasversalmente più gradita agli ambienti politico-istituzionale-sportivi che contano.
L’Italia non è un Paese per giovani, ma è sempre di più un Paese che non vuole rinnovarsi e preferisce conservare, con un grande futuro per i senior e per la generazione dei baby boomers. Ovviamente di genere maschile, perché anche il femminile per certi incarichi stona e frantuma lo status quo che piace al potere. No giovani, no donne, no rinnovamento: le poltrone sono per chi fa parte della cerchia predestinata e vanno ruotate rispettando questa regola, in deroga a tutte le norme che potremmo auspicare e varare.
Il potere deve restare in mano ai pochi che lo hanno sempre posseduto, una sorta di patente a vita che esclude chiunque non faccia parte di questa classe dorata. Magari alcuni grandi dirigenti hanno meriti rilevanti, ma in Italia il merito è elemento secondario, contano altre priorità ed equilibri.

Ovviamente, non succede solo nelle federazioni e nel CONI, ma anche in ambiti meno rilevanti e noti ai più: questo è il Sistema Italia che, nonostante i tanti limiti, sorprende per come riesca comunque a raggiungere traguardi impensabili, grazie a straordinari atleti, tecnici, dirigenti e società sportive. Segno che, nonostante la politica e le istituzioni siano sempre più lontane dal “popolo” e da certi valori, il popolo, soprattutto quello dello sport, in certi valori crede e costruisce il meglio dell’Italia, che non è certo quella della politica e dei vertici istituzionali, specchio invero di quella che traspare dai social media, dove l’imbarbarimento della comunità sociale ha le sue fondamenta ed ogni successo istituzionale viene oggi costruito grazie al sostegno di pletore di barbari.
Senza tirare conclusioni che tuttavia traspaiono dal senso dell’articolo, riprendiamo quanto ha scritto Michele Damiani sabato 7 giugno sulla newsletter di Diritto e Sport (Italia Oggi): ci sembra che le considerazioni siano condivisibili e che sui due decenni evocati, ci siano convergenze con quanto abbiamo testé riportato.

| NON BASTANO 20 ANNI PER LO SPORT ITALIANO di Michele Damiani |
| Franco Carraro si è candidato alla presidenza del Coni. Una scelta che ha destato parecchie polemiche, tanto da spingere anche il ministro Andrea Abodi a intervenire. In estrema sintesi, manca il coordinamento tra lo statuto del Coni e una legge statale. Entrambi affermano come sia vietato il quarto mandato, ma per la legge il divieto è generale, per il Coni vale solo per i mandati svolti successivamente al 2005. Carraro, essendo stato presidente del Coni dal 1978 al 1987, sarebbe quindi candidabile per lo statuto del Coni. Vi chiederete, come è possibile che lo Statuto non abbia previsto la retroattività? Buona domanda, certo. Ma ve ne faccio io un’altra: in quale paese una persona che è stata presidente di un organo quasi 50 anni prima si ripresenta alla guida di quello stesso organo? Lo statuto del Coni parla del 2005, precisamente 20 anni fa. Evidentemente, due decenni non bastano allo sport italiano. |