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L’Esperto risponde: chiarimenti su argomenti normativi o fiscali

Dubbi e chiarimenti su denominazione sociale corretta e IVA per ASD a regime forfettario ph freepik

Una grande professionista come Beatrice Masserini aiuta a capire e comprendere meglio materie talvolta ostiche

beatrice.masserini@studiocassinis.com

Torna il servizio curato da Beatrice Masserini (Studio Cassinis) che risponde a quesiti posti da operatori sportivi che devono orientarsi nella giungla normativa che appesantisce il lavoro quotidiano di chi opera nel settore.

“Un’associazione sportiva dilettantistica è denominata “Associazione polisportiva dilettantistica XX”, poiché svolge diverse attività sportive. La normativa chiede l’utilizzo della formula “associazione sportiva dilettantistica XX” per esteso e l’acronimo ASD. Viene rispettata la condizione richiesta dalla norma utilizzando la parola “polisportiva” in luogo di “sportiva” e l’acronimo “APS” invece che “ASD”? Ci potrebbero essere dei rilievi da parte dell’Agenzia delle Entrate per il mancato utilizzo della parola “sportiva”, sostituita da “polisportiva”?

Premesso che nel Terzo settore l’acronimo APS sta ad indicare una associazione di promozione sociale, si ritiene che l’utilizzo di tale acronimo per una polisportiva, che non sia anche associazione di promozione sociale e come tale trasmigrata in automatico nel Registro unico del terzo settore (Runts), sia errato. Per altro verso, come rilevabile dall’elenco delle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni, le polisportive compaiono nel novero di tali associazioni sportive dilettantistiche. Si osserva, quindi, che le due definizioni non sono alternative fra loro, bensì compaiono congiunte fra loro. Per tale motivo, nel caso in questione, la denominazione corretta da usare è “Polisportiva XX, ASD-Associazione sportiva dilettantistica“.


Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, la Commissione tributaria regionale di Torino, con sentenza del 19 ottobre 2015, n. 1072/34/15, ha deciso che la mancata specificazione del proprio nome, e dei requisiti di cui alla Legge 289/2002, può comportare il disconoscimento della qualifica di ente sportivo dilettantistico ed il recupero a tassazione delle somme corrisposte da associati e/o tesserati per la partecipazione alle attività sociali. Tale decisione deriva dalla disposizione dell’articolo 90 della Legge 289/2002, che – come evidenziato nella Circolare 21/E/2003 – al comma 17 stabilisce che le associazioni e le società sportive dilettantistiche devono indicare nella denominazione sociale la finalità sportiva e la ragione o la denominazione sociale dilettantistica caratterizzanti l’attività svolta.

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“Una ASD che applica il regime forfettario previsto dalla Legge 398/1991, consegue proventi pubblicitari, che provvede a fatturare. Mentre risulta pacifico applicare all’imponibile delle fatture il coefficiente di redditività del 3%, si chiede un chiarimento sulla quota di Iva forfettaria non versata e rimasta nelle casse sociali. Questo componente va tassato? In caso affermativo, è assimilabile all’imponibile (ossia tassazione forfettaria al 3%) o deve essere considerato altro componente positivo e sommato integralmente ai ricavi forfettari”?

Come specificato nella Circolare 18/E/2018, emessa dall’Agenzia delle Entrate-Direzione centrale coordinamento normativo, «in forza dell’articolo 2, comma 5, della legge n. 398 del 1991, il reddito imponibile delle associazioni e delle società sportive dilettantistiche senza fini di lucro, che hanno optato per il regime agevolativo previsto dalla stessa legge n. 398, viene determinato applicando all’ammontare dei proventi conseguiti nell’esercizio di attività commerciali il coefficiente di redditività nella misura del 3%, ed aggiungendo l’intero importo delle plusvalenze patrimoniali». Come si può rilevare, il reddito imponibile di riferimento è formato dai proventi commerciali conseguiti che, di norma, è al netto dell’Iva.

La stessa Circolare, agli effetti della determinazione dell’Iva, chiarisce che la detrazione di cui all’articolo 19 del DPR 633/1972 è forfettizzata con l’applicazione di una detrazione, in via generale, pari al 50% dell’imposta relativa alle operazioni imponibili. Appare chiaro, quindi, che non c’è un’Iva “non imponibile”, bensì è la detrazione forfettizzata che può comportare una eventuale diminuzione del debito d’imposta.

Se l’applicazione di tale detrazione dà origine ad un’Iva non versata, questa, come rilevato dall’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Torino nella relazione del 10 giugno 2023, deve essere rilevata tra i proventi dell’associazione, nell’apposita voce “Iva forfettaria da L. 398/1991”. Come tale, rientrerà nell’imponibile soggetto all’aliquota del 3%.

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A seguito dell’entrata in vigore della nuova disciplina del lavoro sportivo, si chiede, per quanto riguarda i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) e quelli con partita Iva, un approfondimento circa il massimale contributivo alla gestione separata. In particolare, stante la previsione agevolativa fino all’esercizio 2027, che prevede la riduzione al 50% degli imponibili previdenziali, si chiede se il massimale verrà comunque dimezzato o se potrà essere raggiunto. Ad esempio, nel caso di un compenso lordo di 250.000 euro, si dovranno comunque versare contributi su 113.520 euro (importo corrispondente al massimale contributivo) oppure su 56.560 euro (50% del massimale contributivo)?


L’articolo 35 del D. Lgs. 36/2021 dispone che, fino al 31 dicembre 2027, la contribuzione IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti) è dovuta nei limiti del 50% dell’imponibile contributivo. Dunque, nell’esempio prospettato, sarà raggiunto il massimale contributivo, dato che l’imponibile effettivo (250.000 euro), ridotto al 50%, supera il massimale IVS, che resta, comunque, il limite massimo raggiungibile ai fini di tale tipo di contribuzione. Va, altresì, ricordato che i primi 5.000 euro delle co.co.co. sportive restano esenti da contribuzione sociale (IVS).