Il PPP sostenibile in Italia con uno sguardo a quello che avviene in Europa e alle best practice operative
Il tema delle piscine pubbliche è sempre più spesso una questione di sostenibilità economica e continuità del servizio: costi energetici, manutenzione straordinaria, carenza di personale e infrastrutture datate mettono in difficoltà sia i comuni sia i gestori. In questo scenario, parlare di “gestione in concessione” in senso tradizionale non basta più. Il modello che da tempo è preso in considerazione, spinto anche dai gruppi più strutturati — e che in Italia, Spagna e Portogallo assume connotati specifici — è il Partenariato Pubblico Privato (PPP): non un semplice affidamento, ma una struttura contrattuale che ripartisce rischi, investimenti e performance in modo più realistico.

In questo quadro, si inseriscono le nuove aperture di grandi gruppi come Aquamore o, considerando le catene straniere, GO fit, Forus e, con le prossime aperture a Reggio Emilia e Alessandria, Supera.
IL PROCESSO DECISIONALE VIRTUOSO
- Baseline energia (€/anno) e variabilità prezzo
- Piano capex (€/anno) + piano manutentivo chiaro
- Ore di apertura rispetto a ore “produttive” (saturazione corsie)
- Standard servizio: continuità, reclami, incidenti, qualità acqua e servizi
Il punto di partenza è chiarire una cosa: una piscina indoor non è un impianto “a costo variabile”. Consuma e costa anche quando è vuota. Per questo il PPP funziona solo se la gara e il contratto mettono nero su bianco tre dimensioni: (1) rischio energia, (2) rischio capex/manutenzione, (3) rischio domanda/ricavi. Nei modelli più maturi europei (Nord Europa, Paesi Bassi, senza tuttavia dimenticare Spagna e Portogallo), la sostenibilità è costruita attraverso meccanismi di indicizzazione, obiettivi di efficienza misurabili e piani di investimento pluriennali. Quando invece il PPP viene impostato come “prezzo basso vince” e si scaricano tutti i rischi sul gestore, il risultato tipico è la crisi di gestione, richieste di riequilibrio, o chiusure intermittenti.

Per un PPP solido nel contesto italiano servono alcune scelte operative. Primo: una baseline energetica certificata (audit ex ante) con KPI di miglioramento e, soprattutto, condivisione del rischio prezzo energia tramite clausole di indicizzazione o meccanismi di compensazione. Secondo: un piano spese in conto capitale realistico, con priorità (aria/umidità, trattamento acqua, pompe, automazione), responsabilità chiare e calendario di sostituzione. Terzo: una politica tariffaria compatibile con il servizio pubblico ma abbastanza flessibile da permettere la sostenibilità: pacchetti, scuole, convenzioni, fasce orarie, utilizzo corsie data-driven. In Europa, la prenotazione digitale e la gestione per saturazione sono spesso parte integrante dei capitolati: non per “commercializzare” il pubblico, ma per evitare sprechi di capacità produttiva.
STRUTTURA CONTRATTO “IN 7 CLAUSOLE”
- Indicizzazione energia / meccanismo riequilibrio
- Piano investimenti vincolante (fondamentale)
- KPI tecnici e standard di servizio
- Regole tariffarie e flessibilità commerciale controllata
- Governance: comitato tecnico, audit, reportistica
- Penali realistiche + incentivi performance
- Exit plan e continuità del servizio
Un PPP ben costruito abilita anche un vantaggio gestionale: introduce logiche di performance. Non solo “aprire e chiudere”, ma mantenere parametri acqua, standard sicurezza, qualità percepita e continuità di servizio. Questo, per i comuni/enti locali, significa ridurre il rischio politico e reputazionale; per il gestore significa poter pianificare e investire con orizzonte pluriennale.

Invero per le municipalità spesso l’impreparazione di politici e funzionari non spinge a percepire il rischio del fallimento del progetto – da qui, per esempio, la disinvolta imposizione di tariffe troppo sociali e non compatibili con la sostenibilità gestionale – mentre sono ancora diversi i soggetti gestori che accettano, per incapacità di pianificazione industriale, condizioni capestro o impossibili da sostenere nel medio-lungo periodo. Il risultato sono le menzionate chiusure a “intermittenza”, impianti lasciati in condizioni pessime, fallimenti e chiusure definitive dei centri acquatici, con grave danno per la collettività (sia per il mancato servizio sia per i costi per l’opera fallimentare sostenuti dai contribuenti).
Il vero discrimine è l’allineamento degli incentivi: se il gestore investe in efficienza e migliora la saturazione, deve poterne beneficiare (o almeno non esserne penalizzato). Se il comune vuole standard elevati, deve creare condizioni contrattuali che rendano quegli standard economicamente sostenibili. In caso contrario, il PPP diventa solo una parola e il sistema resta fragile. In un’Italia dove molti impianti sono prossimi a fine vita tecnica, il PPP non è la soluzione a tutto, ma è spesso l’unico modo per evitare l’alternativa peggiore: la chiusura strutturale del servizio.

RISCHI TIPICI & CONTROMISURE
- Gara al massimo ribasso è superata: devono prevalere criteri di qualità e piano industriale pesati con competenza
- Scarico rischio energia sul gestore deve diventare indicizzazione + audit per condivisioni ragionate
- Piano investimenti sottostimato deve lasciare spazio a un piano pluriennale con priorità e fondi (certi) dedicati
- Mancanza dei dati utilizzo vasca non è più accettabile; servono l’obbligo di reporting e strumenti prenotazione