Piscine più numerose e tecnologiche non significano necessariamente vasche più sicure: tra norme frammentate, cultura tecnica ancora insufficiente e uso intensivo della chimica, la vera innovazione passa dalla tutela della salute di atleti, utenti e ambiente
L’APPROFONDIMENTO DEL WEEKEND
Anche quest’anno gli eventi sportivi acquatici hanno portato un bel carico di medaglie, molte d’oro, di cui tutti siamo orgogliosi. Complimenti agli atleti, alle loro famiglie ed a tutti gli staff che stanno dietro queste vittorie.
Queste non rappresentano solo il giusto riconoscimento ad un grande lavoro di preparazione, con sacrifici e rinunce di molti giovani che praticano le attività natatorie per anni e che, solo grazie alla determinazione e l’impegno di tanti, producono risultati di eccellenza. Il quadro complessivo fa ritenere che ci siano tante strutture per le discipline acquatiche, tutte accoglienti e piene di efficienza, al punto tale da consentire i risultati attesi.

Chi si occupa di qualità e sicurezza nelle piscine sa che non sempre è così, ma certamente uno degli aspetti positivi per i successi negli sport acquatici è rappresentato dalla moltiplicazione delle piscine. Il paradosso in questo caso sta nel fatto che aumentano le piscine sul territorio nazionale, sia quelle a scopo pubblico che quelle private e a scopo turistico, ma le caratteristiche delle stesse rimangono più o meno le stesse.
Certo, in questi ultimi due decenni molte migliorie sono comparse sul mercato, ma riguardano principalmente i singoli componenti tecnici e tecnologici e non la visione di insieme della struttura e soprattutto il superamento di alcuni problemi sia concettuali specifici che culturali in genere. Una affermazione basata su una semplice realtà: se chiedessimo ai presidenti delle varie federazioni nuoto e sport acquatici, o ai molteplici presidenti e loro collaboratori di associazioni sportive dilettantistiche come funziona una piscina e cosa si nasconde dietro a quell’acqua apparentemente chiara in vasca avremmo risposte vaghe nella maggior parte dei casi.

Ma una piscina non è come un’automobile: presa la patente nessuno pensa che quel veicolo, che ci ospita quotidianamente ed in tutte le condizioni, ha un motore che può essere termico oppure elettrico, ha circuiti elettrici per km di cavi, sistemi frenanti a cui affidiamo la nostra incolumità e la sua efficienza è affidata a sofisticati sistemi digitali. Solo quando si guastano o incorrono in incidenti stradali ci rendiamo conto che avremmo dovuto sapere di più su un mezzo a cui affidiamo, in fondo, la nostra stessa salute e quella di coloro che viaggiano con noi. Ma le auto cambiano rapidamente contenuti e performance, mentre le piscine possono vivere molti decenni senza reali modifiche temporali.
Le regole che definiscono le caratteristiche di una vasca natatoria o ludico ricreativa ci sarebbero, ma quanto vengono realmente rispettate? E da chi? Molti si occupano di giurisprudenza nel comparto e quindi lascio a loro il gravoso compito di discernere in materia specifica, ma una cosa è certa: le leggi e le norme che dovrebbero costituire baluardo di sicurezza per questi ambiti sono spesso e volentieri carenti o di dubbia interpretazione pratica.
E qui il discorso sarebbe molto più complesso di quanto di possa esprimere in poche righe. Ricordo solo che, anziché esserci una Legge dello Stato per garantire la qualità del contenuto idrico di una piscina, da 23 anni esiste un “Accordo quadro” dove la disciplina che attiene agli aspetti igienico sanitari delle strutture acquatiche è demandata alle singole Regioni, come se in Italia avessimo davvero 20 tipologie di utenti la cui protezione della salute dipende dal luogo dove ci si trova.
E le stesse norme UNI sono spesso valutate come “orientamento” tecnico e costruttivo e non come obbligo assoluto e quindi soggette a valutazioni soggettive.
Esiste, a mio modesto vedere e dopo tanti anni dedicati a questo comparto, una certa ambiguità su cui si poggiano spesso la progettazione, la realizzazione e la gestione delle piscine. Adottare criteri univoci (come quello relativo al recente decreto sicurezza nelle vasche) non significa voler ingessare il sistema, ma dovrebbe rappresentare una grande opportunità nell’approccio complessivo al tema dell’uso delle risorse secondo criteri inequivocabili e non potenzialmente soggetti ad ambiguità per aspetti non sempre chiari nel mondo del business.
Per aiutare a comprendere meglio cosa sarebbe auspicabile fare, porto due esempi. Il primo riguarda la chimica in agricoltura: al fine di migliorare la qualità delle produzioni di frutta, verdura e di cereali di tutte le specie si è ricorsi al termine “biologico”. In agricoltura biologica si usano pesticidi che, per definizione dell’Istituto Superiore di Sanità, sono composti che servono ad eliminare tutto quello che danneggia la coltivazione delle piante utili (indispensabili) per la nostra alimentazione. Il paradosso è che i pesticidi utilizzati per l’agricoltura biologica sono generalmente costituiti di una base di rame, un metallo ad elevata tossicità, specie per l’uomo, che rimane nel terreno per tempi lunghissimi e concorre all’inquinamento di tutte le acque, superficiali e sotterranee. Il glifonato, pesticida usato in agricoltura NON biologica, è scientificamente meno tossico e meno persistente nel tempo. Marketing ed interessi innominabili portano ad ambiguità che non fanno certamente bene alla salute di uomini ed animali.

Il secondo esempio è relativo all’impiego massiccio di cloro nelle piscine. Molti di quelli che mi conoscono mi danno del “fissato” sul tema, ma è necessario chiarire una volta di più perché le piscine non possono concorrere ad un certo degrado ambientale, che anche se stillato in piccole quantità, contribuisce in modo continuo ad alimentare i guai che attanagliano ogni giorno di più il nostro Pianeta. Il Cloro è un atomo che caratterizza ogni aspetto della nostra giornata. È presente nei detergenti che usiamo, nel dentifricio e nell’acqua con cui ci laviamo denti e corpo, tipico componete dei cosmetici, conserva alcuni alimenti dei nostri pasti ed è una costante di ogni azione che svolgiamo. Lo respiriamo e lo produciamo attraverso complesse reazioni sia biologiche che derivate da processi industriali che di costante disinfezione di piscine e delle loro acque. Evapora facilmente (è termosensibile) e se riesce a sterminare batteri invisibili può contribuire a contrarre dermatiti per contatto, ci fa arrossare gli occhi e qualche volta fa virare anche il colore dei costumi dei bagnati. Ma la cosa peggiore è che contribuisce all’alterazione della fisica dell’atmosfera (effetto serra, incremento del global warming, acidificazione di piogge e corpi idrici, cioè fiumi, laghi, mari ed oceani). Poiché si lega facilmente con ioni come l’ossigeno, l’idrogeno e l’azoto è diffuso in ogni dove.
Il problema è che noi lo utilizziamo con troppa disinvoltura. L’ambiguità sta nel supporre che sia un elemento insostituibile perché efficiente nelle varie utilizzazioni e poco costoso. Il paradosso è che pur conoscendo i problemi connessi al suo indiscriminato uso in ogni forma ed in ogni dove non cerchiamo davvero soluzioni alternative.
Eppure, gli atleti che per antonomasia stanno molte ore al giorno dentro l’acqua delle piscine sarebbero i primi a trarre vantaggio da soluzioni igienico sanitarie meno gravose per la salute nell’acquaticità e per l’ambiente.
Almeno in questo comparto è davvero possibile, con la ricerca avanzata e con il buon senso (non certo asservito al business a tutti i costi), trovare in tempi contenuti soluzioni che si prestino meno a paradossi ed ambiguità in un mondo, apparentemente governato da menzogne, che purtroppo ne è sempre più pieno.
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