Dissonante, rispetto ai dati dei grandi player globali del fitness e alla crescita planetaria, il gruppo multi-brand americano rallenta ma cresce nei numeri operativi raggiungendo gli 865mila iscritti
Xponential Fitness, il colosso americano del fitness boutique quotato al NYSE e titolare di brand di successo come Club Pilates e CycleBar, ha chiuso il primo trimestre dell’anno fiscale con luci e ombre.
I ricavi complessivi si sono attestati a 76,9 milioni di dollari, in calo del 2,8% rispetto ai 79,7 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. La società spiega che la contrazione è dovuta al calo delle entrate legate alla vendita di servizi accessori, merchandise e attrezzature, che hanno controbilanciato gli aumenti registrati nel franchising e nelle attività di marketing.

Sul fronte reddituale, Xponential ha riportato una perdita netta rettificata pari a 7,7 milioni di dollari, in miglioramento rispetto ai 9,2 milioni dello stesso trimestre nel 2024, segnando una riduzione del 1,5%.
Eppure, nonostante la frenata finanziaria, gli indicatori operativi raccontano una storia diversa: il numero di iscritti ha raggiunto quota 865.000, con un aumento del 12% su base annua, mentre le vendite complessive dei franchising in Nord America sono cresciute del 18%, toccando i 466,8 milioni di dollari.
Per l’intero anno fiscale 2025, la società prevede ricavi totali compresi tra 315 e 325 milioni di dollari. Il piano di espansione, tuttavia, segna un rallentamento: si punta a un totale tra 200 e 220 nuove aperture internazionali, in calo del 12% rispetto alle aspettative precedenti.
Sul piano organizzativo, l’inizio dell’anno ha portato con sé una revisione del team dirigenziale: quattro nuove figure sono entrate nel comitato esecutivo. John Kawaja è stato nominato presidente per il Nord America, Tim Weiderhoft è il nuovo COO per l’area, mentre Kevin Beygi ricopre il ruolo di CTO ed Eric Simon quello di direttore dello sviluppo.

Uno scenario ancora lontano dall’Italia
I numeri e le strategie di Xponential confermano come il modello del fitness boutique, basato su esperienze verticali e di qualità, sia in piena espansione soprattutto nei mercati anglosassoni. Tuttavia, l’Italia continua a rimanere ai margini di queste dinamiche. La bassa penetrazione sportiva nel nostro Paese – con una popolazione che fatica ad avvicinarsi stabilmente alla pratica fitness in palestra e piscina – unita a una struttura burocratica e fiscale poco favorevole, rende il mercato italiano ancora poco appetibile per investimenti su larga scala da parte di player internazionali.
La sfida, dunque, è duplice: da un lato, serve un’evoluzione culturale che rafforzi la propensione allo sport come stile di vita quotidiano. Dall’altro, è necessario creare un contesto più accogliente per chi vuole fare impresa, specie in settori dinamici e ad alto potenziale come il wellness e il fitness.