Un viaggio tra scaffali, conversazioni e dati scientifici per capire perché il trend “High Protein” è più illusione che nutrizione
Questo articolo è stato pubblicato dall’autore su LinkedIn nella sua sezione dedicata agli approfondimenti su tendenze e fitness industry
Sarà capitato anche a te. Entri in un supermercato, spingi il carrello, e i corridoi ti accolgono con luci che fanno brillare ogni confezione. Gli scaffali sembrano tutti parlarti… e da un po’ di tempo c’è una voce che urla più delle altre: + PROTEINE. È stampata sulle barrette, sugli yogurt, sui biscotti, perfino su cereali zuccherati che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe definito “fitness”.
L’osservatore allo scaffale
Col tempo, quella prima curiosità è diventata quasi un’abitudine: ogni volta che mi trovavo in un supermercato, mi soffermavo davanti agli scaffali o ai frigoriferi dove campeggiavano le etichette “High Protein”.

Ho iniziato a osservare con attenzione. Ragazzi mentre sceglievano una bevanda proteica “tanto per provare”. Signore che prendevano due confezioni di yogurt normali, poi si fermavano, leggevano distrattamente il fronte di quello “più proteine” e lo infilavano nel carrello al posto dell’altro. Uomini di mezza età che fissavano per qualche secondo la confezione, passavano lo sguardo velocemente ai valori nutrizionali, ma si fermavano alla prima riga con scritto “+20 g di proteine” e chiudevano lì l’analisi.
La cosa più evidente era che molti non erano arrivati a quello scaffale per cercare un prodotto proteico. Ci erano capitati per acquistare tutt’altro, uno yogurt, una bevanda, una merendina, ma quella scritta li catturava. E bastava vederne l’espressione per intuire i pensieri: “Questo non farà ingrassare”, oppure “Questo mi aiuterà a fare più muscoli”.
Era un’attrazione quasi automatica, come se quella parola, “proteine” , avesse il potere di spostare la scelta in pochi secondi, senza veri confronti o domande.
Chi cerca cosa
In tutti questi anni, ascoltando storie e desideri, ho imparato che dietro quelle scelte ci sono due mondi.
Il primo è fatto di persone che mi piace definire costruttori di futuro: tanti over 50 che si allenano, camminano, mangiano con criterio. Vogliono rimanere attivi, forti, indipendenti. Per loro, ogni scelta alimentare è un mattone per costruire una qualità di vita migliore nei prossimi vent’anni.
Il secondo mondo è più affollato. Qui c’è chi cerca soprattutto un’immagine: dimagrire, apparire più in forma, rispettare standard estetici. È lo stesso gruppo che ha fatto esplodere il mercato dei farmaci GLP-1 per il dimagrimento… e che oggi alimenta il boom dei prodotti “high protein”. In entrambi i mondi, la tentazione è la stessa: trovare una scorciatoia veloce, un’azione immediata che faccia sentire di essere sulla strada giusta.

Io non sono un nutrizionista e non voglio esserlo. Mi potrei definire un ex trainer: una persona che, pur mantenendosi aggiornata per passione e per interesse, per capire meglio i trainer di oggi e ciò che propongono, non vive più la quotidianità dell’insegnamento diretto o del seguire clienti in sala.
La mia curiosità, però, è rimasta intatta. E proprio lo scorso anno, durante una pausa del Simposio Body Metrics a Milano, un evento che avevo contribuito a ideare per conto di Caresmed e di InBody Italia, sponsor ufficiale, e che ha visto sul palco relatori di altissimo livello sia nel fitness che nella nutrizione, come i Dott.ri Massimo Spattini, MD , Gian Mario Migliaccio, Ph.D , Luca Deidda e Roberto Cannataro MSc LDN (se uno di loro leggesse e commentasse questo articolo, ne sarei davvero felice: hanno le competenze, l’esperienza e le conoscenze scientifiche per parlare di questi temi con l’autorevolezza di chi li ha studiati, vissuti e approfonditi con ricerche concrete, e che li affronta ogni giorno nella propria professione), mi sono trovato in un dialogo che avrebbe acceso una lampadina.
Parlavamo di qualità proteica, quando un nutrizionista mi disse:
“Beh, considera anche la reazione di Maillard.”
Come se fosse un termine che tutti maneggiano ogni mattina, tra un caffè e una fetta di pane. Io l’ho guardato un po’ perplesso: “La… che?”
La scoperta della reazione di Maillard
Ho iniziato a cercare, leggere, chiedere. E lì ho avuto il mio momento “ma dai!”. È un processo chimico che tutti conosciamo… senza sapere di conoscerlo. È quello che regala la crosticina dorata al pane appena sfornato, il profumo della carne alla griglia, il colore del caffè tostato. Romantico in cucina, ma meno affascinante quando parliamo di nutrizione.
Perché?…Perché quando zuccheri e proteine si incontrano ad alte temperature, alcuni amminoacidi, come la lisina, si legano agli zuccheri e diventano meno disponibili per il nostro corpo. E nei prodotti industriali “high protein”, dove le proteine isolate vengono lavorate con zuccheri o carboidrati, questa reazione può ridurre la qualità proteica reale rispetto a quanto leggiamo in etichetta. In pratica, le proteine ci sono… ma una parte resta “bloccata”, inaccessibile al nostro organismo.
Cosa ho scoperto analizzando i dati:
- Ne abbiamo già abbastanza Secondo l’EFSA, la maggior parte degli adulti europei assume già abbastanza proteine (0,83 g/kg/die). Aggiungerne a caso non serve alla maggioranza.
- L’etichetta non basta Per legge, “fonte di proteine” è ≥12% energia da proteine, “alto contenuto di proteine” ≥20%. Soglie facili da raggiungere anche con alimenti ricchi di zuccheri, grassi o sale.
- L’effetto “health halo” La scritta “High Protein” fa sembrare tutto più sano e saziante, anche se il resto della composizione non lo è.
- Ultra-processati travestiti da fit Molti prodotti “high protein” sono UPF: lista ingredienti lunga, additivi, dolcificanti come maltitolo o eritritolo. E i dati sugli effetti di un consumo abituale di UPF non sono incoraggianti.

La barretta che pensavi fosse la scelta giusta
Immagina: è pomeriggio, apri la dispensa e prendi una barretta “high protein” convinto di fare la scelta più sana della giornata. La scarti, la mordi, senti il dolce artificiale e quella consistenza che non appartiene a nessun frutto o cereale reale. Eppure ti rassicuri: “Almeno è proteica”. Quello che non sai è che, nella sostanza, potresti avere tra le mani un prodotto trasformato quanto un biscotto industriale, con in più qualche grammo di proteine isolate e un’etichetta più furba.
Guardare oltre la scritta
La differenza tra salute reale e marketing è qui: non nei grammi di proteine in grassetto, ma nella qualità complessiva del prodotto e nel contesto della tua alimentazione.
E ogni volta che passo davanti a uno scaffale, con quelle scritte che sembrano quasi promettere un futuro più sano, mi ricordo di quella conversazione sul “Maillard” e sorrido. Perché la verità è che, quando impari a guardare dietro l’etichetta, non vedi più solo un claim… ma tutta la storia che c’è dietro.
A questo punto potrei elencare marchi e prodotti, metterli in classifica, fare una “top 10” di ciò che secondo me vale e di ciò che inganna. Ma non è questo il mio scopo. Non ho fatto una ricerca su larga scala né analisi di laboratorio, e una lista così rischierebbe solo di far storcere il naso a qualcuno o di demonizzare a priori certi brand.
Quello che invece voglio lasciare è un invito: guardate voi, con occhi nuovi. Prendete in mano quel prodotto che pensate di acquistare e domandatevi se la scritta sul fronte corrisponde davvero alla qualità complessiva di ciò che state per mangiare. Perché il vero “+” non è quello stampato in etichetta… ma quello che aggiungete voi, ogni volta che scegliete in modo consapevole.