Dopo nuove tragedie legate ai sistemi di aspirazione, Assopiscine sollecita l’approvazione di una disciplina nazionale organica. Wbox pubblica la lettera aperta alle Istituzioni, riconoscendo anche il valore di altre posizioni sollecitando le convergenze che mancano
La sicurezza nelle piscine non può diventare terreno di appartenenza, competizione associativa o contrapposizione personale. Quando si verificano incidenti gravissimi e, soprattutto, quando a perdere la vita sono dei bambini, il comparto dovrebbe riuscire a ritrovare un obiettivo comune: impedire che tragedie tecnicamente prevenibili possano ripetersi.
O quantomeno dare il proprio contributo in modo il più possibile unitario.
Wbox segue da molti anni questo tema, dedicando articoli, approfondimenti e richiami alla necessità di progettare, manutenere e gestire gli impianti secondo criteri rigorosi. Un’attenzione che, purtroppo, non sempre ha trovato nel settore e nel sistema Paese la continuità che la gravità del problema avrebbe richiesto.

I documenti pervenuti alla nostra redazione da Assopiscine riportano all’attenzione pubblica il rischio di intrappolamento nei sistemi di aspirazione. Nella lettera aperta, rivolta al Primo Ministro e al Governo, firmata dal presidente Ferruccio Alessandria, da Antonello Petrucci, padre del piccolo Gabriele Ubaldo Petrucci, e dalla Facoltà di Ingegneria civile e industriale della Sapienza Università di Roma – Prof. Ing. Massimo Guarascio, si chiede alle Istituzioni di accelerare l’esame del Disegno di Legge sulla sicurezza delle piscine. L’appello arriva dopo due incidenti mortali avvenuti in pochi mesi e caratterizzati, secondo il documento, da dinamiche riconducibili all’aspirazione dell’acqua.
Le valutazioni tecniche presentate dai firmatari indicano che una presa di aspirazione potrebbe, in determinate condizioni, generare una forza di trattenuta superiore a 200 chilogrammi. Un rischio diverso dall’annegamento comunemente inteso, rispetto al quale la capacità di nuotare non sarebbe sufficiente: servono protezioni certificate, configurazioni idrauliche sicure, sistemi di arresto, collaudi, manutenzione competente e verifiche periodiche.

Assopiscine sostiene che il quadro italiano, articolato fra disposizioni nazionali, regionali e locali, non offra ancora una disciplina sufficientemente organica e uniforme. La futura Legge Quadro dovrebbe quindi coordinare e integrare quanto già esiste, chiarendo responsabilità, criteri gestionali e livelli di tutela applicabili su tutto il territorio.
Esiste tuttavia nel comparto una posizione differente, autorevolmente espressa da Rossana Prola e da Acquanet. Secondo questa lettura, le norme tecniche richiamate dalla legislazione hanno già valore vincolante e il problema principale non sarebbe l’assenza di regole, ma la loro scarsa conoscenza e applicazione. In particolare, viene richiamato il D.M. 37/2008 e la necessità di far rispettare con maggiore rigore gli obblighi già previsti, evitando che l’attesa di una nuova legge diventi un alibi rispetto alle responsabilità presenti.
Sono posizioni non perfettamente sovrapponibili, ma non necessariamente incompatibili.
È vero che una legge, da sola, non rende sicura una piscina. Senza progettisti competenti, installatori qualificati, manutenzioni documentate, controlli, formazione dei gestori e cultura della prevenzione, anche la norma migliore rischia di rimanere sulla carta. Ed è altrettanto vero che un sistema frammentato, nel quale obblighi e responsabilità vengono interpretati in modo disomogeneo, può lasciare spazi di incertezza difficilmente accettabili quando è in gioco la tutela della vita.
Per Wbox, dunque, la questione non dovrebbe essere ridotta all’alternativa fra applicare le norme esistenti e approvare una nuova disciplina. Il Paese ha bisogno di entrambe le cose: rispetto immediato e rigoroso delle prescrizioni già vigenti, insieme a un quadro chiaro, uniforme, comprensibile e concretamente applicabile.

Il documento di Assopiscine affronta anche il tema della sostenibilità economica degli adeguamenti. Le stime riportate indicano costi generalmente contenuti rispetto al valore complessivo dell’impianto: da 100 a 700 euro per una protezione certificata, da 500 a 1.500 euro per un sistema secondario di arresto e, nella maggior parte dei casi, un investimento complessivo inferiore all’1% del valore della piscina. Sono valutazioni che dovranno naturalmente essere verificate caso per caso, ma che riportano il confronto alla sua corretta proporzione: il costo dell’intervento rispetto alla gravità del rischio evitato.
Diamo quindi evidenza, di buon grado, al lavoro intrapreso da Ferruccio Alessandria e da Assopiscine, auspicando che l’intero comparto possa sostenerne il meritorio obiettivo anche quando non ne condivide integralmente metodo, contenuti o perimetro. Allo stesso modo, riteniamo necessario non ignorare le competenze e le argomentazioni di chi richiama all’applicazione immediata delle norme tecniche esistenti.
Il punto di incontro deve essere uno solo: nessuna posizione, nessun interesse associativo e nessuna disputa interpretativa possono prevalere sulla necessità di prevenire incidenti non più tollerabili.
Wbox pubblica, pertanto, integralmente la lettera aperta e il comunicato stampa di Assopiscine, con l’auspicio che possano favorire non una nuova divisione, ma un confronto finalmente unitario fra associazioni, tecnici, gestori, istituzioni e operatori. La sicurezza delle piscine non è una questione di parte: è un dovere collettivo verso le persone che ogni giorno affidano agli impianti, ai gestori e alle istituzioni la propria incolumità.