Da una ricerca di Nature Medicine emerge che la genetica può incidere solo del 2% sulla longevità in salute, mentre altri elementi, per buona parte esogeni, fra cui l’esercizio fisico, hanno peso più rilevante
Traendo spunto da una considerazione social della dottoressa Elena Cavalazzi, medico dello sport, abbiamo raccolto una serie di valutazioni molto attuali che sono riferibili al concetto di longevità. Anzi, si parla sempre di più di longevità attiva, perché si può vivere a lungo, ma se mancano indipendenza, autosufficienza e nessuna limitazione al movimento o alla deambulazione, la nostra longevità, magari condizionata da patologie croniche, ancorché protratta diventa un percorso molto pesante da accettare.

In questo senso, chiunque operi in palestre e piscine, sa bene che l’esercizio fisico, accompagnato da una corretta alimentazione, benessere mentale, il giusto equilibrio veglia-sonno e abitudini sane, costituiscono i pilastri fondamentali per l’agognata longevità attiva e in salute.
Come spiega Elena Cavalazzi, non incide tanto o solo la genetica, ma sono determinanti sani stili di vita per assicurarsi longevità e salute.
Fra le buone abitudini rientrano anche l’esercizio fisico ad intensità moderata e l’alimentazione aspetti che qualsiasi palestra e piscina ben guidate, grazie a trainer preparati e professionali, sono in grado di proporre secondo percorsi molto personalizzati, ancor più avvalendosi della tecnologia, della AI e di sistemi di monitoraggio e app che gli stessi clienti chiedono e utilizzano per allenarsi o essere assistiti in autonomia. Quindi non ci vuole molto per offrire soluzioni volte a migliorare le possibilità di vita lunga e in salute: bastano professionalità, aggiornamento costante, investimenti mirati e attenzione ai bisogni ampiamente espressi dalle persone di ogni età.
Questo il commento social della dottoressa Cavalazzi; a seguire l’abstract dell’articolo che, nella sua interezza, può essere letto collegandosi dal link sotto riportato.

Lo sapevate che il nostro stile di vita influenza la longevità molto più dei nostri geni? Un affascinante studio dell’Università di Oxford, pubblicato su Nature Medicine, ha rivelato questo e molto altro analizzando i dati di oltre mezzo milione di persone.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il nostro DNA determina solo il 2% della durata della nostra vita, mentre le nostre abitudini e l’ambiente in cui viviamo pesano per ben il 17%.
Negli ultimi due secoli, infatti, l’aspettativa di vita è aumentata drasticamente, mentre il nostro patrimonio genetico è rimasto pressoché invariato.
Ma quali sono i fattori più determinanti?
Al primo posto troviamo l’abitudine al fumo, che contribuisce a ben 21 delle 22 condizioni cliniche analizzate dai ricercatori.
Segue la condizione economica – determinata da parametri come la proprietà di una casa, un lavoro stabile; sul terzo gradino del podio si posiziona l’attività fisica moderata, che aiuta a prevenire 17 patologie.
Lo studio evidenzia anche il ruolo cruciale dell’infanzia: i bambini con un corretto peso corporeo all’età di 10 anni tendono a vivere più a lungo, mentre l’esposizione al fumo nei primi anni di vita produce l’effetto opposto.
Tra i fattori che incidono significativamente sulla longevità troviamo un’alimentazione ricca di prodotti freschi e vegetali, il mantenimento di un sonno regolare – idealmente tra le 7 e le 9 ore per notte – un buon equilibrio emotivo (poiché la stanchezza cronica e un umore persistentemente negativo sono associati a una vita più breve), un elevato livello di istruzione (che favorisce la longevità) e una vita sociale attiva: chi convive con un partner tende infatti a vivere più a lungo
La buona notizia in tutto questo?
La maggior parte di questi fattori è sotto il nostro controllo, suggerendo che possiamo influenzare attivamente la nostra longevità attraverso scelte quotidiane consapevoli.


INTEGRARE LE ARCHITETTURE AMBIENTALI E GENETICHE DELL’INVECCHIAMENTO E DELLA MORTALITÀ
Abstract
È noto che sia l’esposizione ambientale che la genetica svolgono un ruolo importante nel modellare l’invecchiamento umano. In questo studio, ci siamo prefissati di quantificare i contributi relativi dell’ambiente (definito esposoma) e della genetica all’invecchiamento e alla mortalità prematura. Per identificare sistematicamente le esposizioni ambientali associate all’invecchiamento nella UK Biobank, abbiamo prima condotto un’analisi dell’esposoma sulla mortalità per tutte le cause ( n = 492.567) e poi valutato le associazioni di queste esposizioni con un orologio proteomico dell’età ( n = 45.441), identificando 25 esposizioni indipendenti associate alla mortalità e all’invecchiamento proteomico. Queste esposizioni sono state anche associate a multimorbilità incidente correlata all’età, biomarcatori dell’invecchiamento e principali fattori di rischio per le malattie. Rispetto alle informazioni su età e sesso, i punteggi di rischio poligenico per 22 principali malattie hanno spiegato meno di 2 punti percentuali di variazione aggiuntiva della mortalità, mentre l’esposoma ha spiegato ulteriori 17 punti percentuali. Il rischio poligenico ha spiegato una maggiore proporzione di variazione (10,3-26,2%) rispetto all’esposoma per l’incidenza di demenze e tumori al seno, alla prostata e al colon-retto, mentre l’esposoma ha spiegato una maggiore proporzione di variazione (5,5-49,4%) rispetto al rischio poligenico per l’incidenza di malattie polmonari, cardiache ed epatiche. I nostri risultati forniscono una mappa completa dei contributi dell’ambiente e della genetica alla mortalità e all’incidenza di comuni malattie legate all’età, suggerendo che l’esposoma modella modelli distinti di rischio di malattia e mortalità, indipendentemente dal rischio di malattia poligenica.

Fonte e articolo completo: https://www.nature.com/articles/s41591-024-03483-9